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Full text of "L’assedio di Venezia (1849) / [di] Giovanni Baldi."

^)J Fascicolo N. 11 Prezzo: Cent. IO 




Cospirazioni e battaglie dal 1821 al 1870 



/ 



e 



~ì) 



Prof. GIOVANNI BALD! 




io di Venezia 








Casa Editrice NERBISI 



FIRENZE 

1905 




Firenze — Casa Editrice NERBINI — Firenze 



Rrof. GIOVANNI BALDI 



Cospira3Ìont e Battaglie 

pel risorgimento b'Jtalia 



-£ SOMMARIO * 

I. I turbonavi (1820-21) — II, Il Castello .di BuMera (1822) - 
III. Cirio Menotti (1831) — IT. La Giovine Italia — V. I fratelli 
Bandiera — VI. Le cospirazioni e i moti sotto il papato — VII. Le 
cinque giornate di Milano — YIIL La prima guerra dell' Indi- 
pendenza — IX. Garibaldi in Lombardia — X. La difesa dà 
Eoma — XI. I/assedio di Venezia — XII. Wna tragica 
ritirata — XIII. Le. dieci giornate di Brescia — XIV. La. 
resistenza di Livorno — XV. I moti della Lombardia — 
XVI. Carlo Pisacane — XVII. Jeliee Orsini (L'odis- 
sea di un cospiratole) — XVIII. Il 27 Aprile 1859 
fUna rivoluzione festante) — XIX. La seconda 
guerra per Y Indipendenza* — XX. I Mille — 
XXI. Aspromonte e Fautina 7— XXII. Bai 
Quadrilatero alle valli del Trentino ; — 
XXIII. Mentana - Villa Glori - Casa 
Ajani — XXIV. Le bande insurre- 
zionali — XXV. Il XX Set- 
tembre 1870 (La caduta- del 
potere temporale de 7 papi 
— XXVI. II Sacrifìcio di 
Guglielmo Oberdan 
^L' Irredenta e l'ul- 
timo martire). 



£ 



Si pubblica un fascicelo la settimana a centesimi 10 

Abbon all'Opera completa L. 2,50 (estero L. 4.) 



1/ assedio di Venezia 

(1849) 



Il 16 ottobre 1797 la decrepita Serenissima Repubblica 
*di Venezia periva per opera del generale Napoleone Buona- 
parte che, col trattato di Campoformio, la cedeva all'Au- 
stria. A nulla valsero l'audace protesta del Foscolo, anima 
fiera e sdegnosa, quella del nobile veronese De Angeli, che 
gridò al Còrso il quale, dileggiando, diceva a' veneziani, 
dopo averli disarmati : Se non vi piace difendetevi — « Tra- 
ditore! Rendici le armi che ci hai rapite, e vedrai se sa- 
premo morire stringendole in pugno per la nostra indi- 
pendenza. » — il tremebondo doge Lodovico Manin — di- 
scendente dall' antica famiglia fiorentina de' Manini — 
abbandonava malinconicamente il soglio: il fiero leone di 
San Marco non aveva più ruggiti, e il servaggio straniero 
rpesò su I' antica signora de' mari. Il fratello dell' ultimo 
doge della Serenissima, tenendo al battesimo, come pa- 
drino, Pier Antonio de' Fonseca, che dalla religione mo- 
laica passava a quella cattolica, legava a questi il proprio 
nome, e da Pier Antonio Manin e da Anna Maria Bellotti, 
il 13 maggio 1804, in Venezia, nasceva quel Daniele Manin, 
che gli antichi eroismi della Repubblica doveva far rivi- 
vere nella sua; terra natale, lavando l'onta recata al nome 
che portava dall' imbelle Lodovico, che alla tracotanza 1 na- 
poleonica non aveva saputo opporre che le lacrime. Il 
padre di Daniele, l'avvocato Pier Antonio, austero e con- 
vinto repubblicano, della sua Venezia amantissimo e per- 



• — 2 — 

ciò odiatore acerrimo della dominazione straniera, dovè- 
certo, fin da' primi anni, instillare -nell'anima del figlio il 
culto vivo della libertà, e si ricorda come il fanciullo, es- 
sendo al balcone di sua casa insieme alle sorelle, e ve- 
dendo passare mano di soldatesche austriache esclamasse : 
« Costoro si debbono cacciare, ed io li caccerò. » 

Venezia aveva veduto nel 1821 popolarsi le celle dei 
Piombi di amanti della libertà; aveva visto su la storica 
Piazzetta, ricinta di armati e di spie, il mite Pellico, il 
Maroncelli, altri ancora, accendere in catene il palco per 
udirsi leggere una ferale sentenza, e non aveva avuto che 
un fremito di pietà per la sorte sventurata del gentile can- 
tore di Francesca da Rimini. 

Nel 1830, quando, dopo le tre giornate di luglio in 
Parigi, il Belgio, la Polonia, l'Italia erano corse dalla scin- 
tilla della Rivoluzione, in Venezia uno osò capeggiare un 
comitato d'azione, esiguo assai, e fu il Manin, poco più 
che ventenne, ma già noto e stimato per le doti dell'in- 
telletto — era già avvocato — e padre, che fin dal 1825 
s' era unito alla degna compagna sua Teresa Perissinotti. 
Egli osò dire che bisognava impadronirsi di Venezia, e in 
unione a tre amici suoi offerse al vecchio patriota Cico- 
gnara di dirigere il moto popolare (1); ma il Cicognara 
ritenne inconsulto il moto e rifiutò. Non per questo si ar- 
resero gli animosi giovani e, improvvisatisi litografi, nella 
casa del Manin redassero e tirarono un appello alla insur- 
rezione, che nella notte affìssero per la città. La cittadi- 



(1) Leopoldo Cicognara, ferrarese, anima d'artista e intelletto di 
scienziato, amicissimo del Canova, del Sabatelli e dei migliori ar- 
tisti, poeta e autore di una storia dell'arte, fu, sotto il dominio na- 
poleonico, uomo di Stato di un certo valore. Morì a Venezia nel 1834 
a sessantasette anni. L'accademia di Belle Arti di Venezia — della 
quale fu preside — molto dovè a lui, e l'onorò inalzando — lui vi- 
vente — un busto dovuto allo Zandomenichi. 



— 3 — 

nanza ammirò, ma non si mosse, e la polizia fremè d'ira 
per non potere porre le mani sul comitato, del quale non 
potè mai avere notizie. Né Venezia die segno di commo- 
vimento quando i più eletti tra i suoi figli — i Bandiera 




Il Manin arringò la folla.... (pag. 7) 



ed il Moro — affrontarono impavidi il martirio in Cala- 
bria nel 1844. 

Per T instancabile e audace Manin tutto serviva a fare 
opposizione all'Austria ; egli compì una mirabile lotta le- 
gale contro il governo straniero, la quale ebbe il suo 
apogeo nella questione della strada ferrata Lombardo- 
Veneta, che si volle unisse Milano a Venezia, e nell'opera, 





— ,4 — 

assidua fu coadiuvato da Niccolò Tommaseo : la polizia in 
compenso, accumulava note di sospetto su lui nei suoi re- 
gistri. Dopo aver traversato tra le più entusiastiche acco- 
glienze Genova, Torino, Bologna, Firenze e Napoli, sir 
Riccardo Cobden, l'apostolo della libertà economica, si recò 
a Venezia, e il Manin fu l'anima delle manifestazioni in onore 
dell'illustre inglese, le quali suonavano protesta contro 
l'Austria, nimicissima delle nuove teorie economiche. Al 
Cobden, che diceva al Manin di aver trovata in Italia copia 
di preclari ingegni che potevano, con la competenza di 
qualunque più famoso straniero, trattare le questioni eco- 
nomiche, e d'esser solo colpito dall'odio profondo che, 
ovunque, si portava all'Austria, il veneziano rispondeva 
esser la cosa naturalissima però che se, in Inghilterra, le 
questioni politiche si facevano dipendere dall'economiche, 
tra noi, urgendo la questione dell' unità e della libertà, il 
fatto politico doveva, naturalmente, passare al disopra di 
ogni considerazione economica. E la nota politica inspirata 
a nobilissimi sensi di patriottismo faceva vibrare alto il 
Manin nel nono Congresso degli scienziati adunatosi in 
Venezia nel 1847, con grande sgomento del rappresentante 
del governo austriaco. 

Il fermento che, nel 1847, dilagò in tutta Italia doveva 
scuotere anche Venezia; ed ecco la lotta legale delle as- 
sociazioni che, forti dei disposti delle leggi austriache, 
dichiarano di potere esistere senza l' autorizzazione del 
governo; la questione del povero perseguitato rovighese 
Padovani, che 1' Austria voleva per forza chiudere in un 
manicomio come pazzo, quando pazzo non era, ma vit- 
tima solo di poliziesche rappresaglie ; la ricerca, per parte 
della Congregazione Centrale Veneta, delle cause del pro- 
fondo malessere che turbava il Lombardo-Veneto e dei 
rimèdi da suggerirsi per sanarlo; l'agitazione per la libertà 
di stampa; la richesta del rispetto del sentimento di na- 
zionalità, che i proconsoli austriaci chiamavano sedizione; 



— 5 — 

di un governo italiano nel Lombardo-Veneto; di una rap- 
presentanza nazionale per mezzo di deputati eletti dal po- 
polo. Anima di tutto questo lavorìo erano il Manin ed il 
Tommaseo che, minacciati dalla polizia, rispondevano con 
note anche più audaci; anzi, il Manin scriveva al governa- 
tore conte Pallfy che per ottenere la calma degli spiriti 
non v'era che da fare una cosa, concedere subito le ri- 
forme che erano state giustamente e legittimamente chieste, 
più quelle riguardanti il decentramento del Lombardo-Veneto, 
l'autonomia comunale, con guardia civica, la procedura ci 
vile e penale e l'ordinamento della polizia riordinati, l'ade- 
sione a una lega doganale italiana. La polizia, nel 1848, 
rispondeva arrestando il Manin ed il Tommaseo. Non si 
poteva imputare loro crimine veruno, pur tuttavia vennero 
chiusi ne' Piombi e, per ordine espresso della polizia ai 
magistrati, sottoposti a una inquisizione condotta con la 
più fine arte loyolesca per vedere se potevano, con qualche 
imprudente parola, compromettersi. Ma essi erano agguer- 
riti e confondevano i giudici con l'abilità e l'eloquenza loro, 
tanto che il secondino Isidoro giurò al Manin di consa- 
crarsi tutto alla causa della libertà, e l'ascoltante Loca- 
telli, grovine entusiasta, uscì in identiche dichiarazioni. 
«Tu sarai la mia prima guardia nazionale, — dissegli il 
prigioniero — e siccome l'ira popolare può, da un momento 
all'altro, erompere, ricorda la nostra parola d'ordine : Viva 
San Marco. » La sventura colpiva il povero carcerato: 
morìvagli una sorella, la figlia sua era gravemente in- 
ferma, la moglie si trovava in istrettezze finanziarie tre- 
mende, e al soccorso spontaneamente offerto dai cittadini 
e non accettato, ella cercava supplire col promuovere ab- 
bonamenti a una monografia del marito su la Giurispru- 
denza Veneta ; ma la polizia poneva mille ostacoli alla 
pubblicazione. In compenso i cittadini non mancavano dal- 
Tattestare tutta la loro simpatia ai carcerati, sia proffe- 
rendosi inutilmente mallevadori per essi con denaro e con 



— 6 — 

la persona, sia sollevando sotto le prigioni, e in barba alle 
scolte austriache, le grida di: Viva Manin e Tommaseo! 
La marea popolare saliva adagio adagio, anche nella pa- 
cifica città delle lagune. 

Il Tommaseo nato a Sebenico, in Dalmazia, il 9 otto- 
bre 1802, salito, giovine ancora, in chiara fama per le sue 
opere letterarie e filosofiche, s'era trovato ben presto a di- 
sagio sotto il paterno regime austriaco, che sospettosamente 
guardava il crescere nella stima popolare dei grandi in- 
gegni, ond' è che raccomandato dal Rosmini e dal Manzoni, 
che l'ebbero caro, venne a Firenze, ove eoa altri profughi 
— tra essi Guglielmo Pepe — lavorò per l'Antologia fon- 
data dal Vieusseux. I suoi scritti furono giudicati molta 
favorevolmente anche dal Mazzini, che ne scriveva al Guer- 
razzi, e Gino Capponi ne ricercò l'amicizia, dalla quale si 
disse ognora onorato. Per un articolo in favore della infe- 
lice nazione martire, la Polonia, i governi austriaco e russo 
ne ottennero dal Granduca lo sfratto dalla Toscana, ove 
-aveva dimorato dal 1827 al 1833. In Francia proseguì l'opera 
sua, tenne cattedra di lettere, collaborò nel Temps> nei 
Dèbats, nella Revue des Beux Mondes, polemizzò col Thiers 
e con l'abate Lamennais, finché nel 1840, profittando della 
amnistia concessa dall'Austria, tornò a Venezia, ove si unì 
al Manin nell'opera di agitazione, dividendone la sorte che 
lo dannava al carcere. 

Gli atti del Mastai-Ferretti, asceso al Pontificato sotto 
il nome di Pio IX, accendevano nuovi entusiasmi, e nel 
Veneto, come nella Lombardia, non ostante l'anfanare di 
birri e di spie, le manifestazióni patriottiche si succedevano ' 
le une alle altre. L'imperatore e il forte governo di Met- 
termeli e di Radetzky naufragavano nel ridicolo degli oscil- 
lamenti tra le promesse, le riforme e le minaccie del giu- 
dizio statario e della legge marziale. Vienna, la buona e 
fedele capitale, insorgeva, e la notizia della rivoluzione 
viennese giungeva a Venezia il 16 marzo: il popolo, in 






folla, plaudendo agli insorti, corre al palazzo del governa- 
tore e, tumultuando, chiede l'im mediata scarcerazione del 
Manin e del Tommaseo. Il' borioso eonte Pallfy, che aveva 
detto bastare il frustino per ridurre a miglior consiglio 
gl'italiani, allibito, dovè presentarsi al balcone e promet- 
^terje di ^esaudirei subito il volere della folla ; infatti, .con suo 
bigliétto, ordinava al Presidente del Tribunale e al Diret- 
tore di polizia di rimettere in libertà « provvisoria, in vista 
delle imperiose circostanze » i due patriotti. Il popolo si 
recava alle carceri, ne forzava l'ingresso, trascinava fuori, 
^a braccia, i prigionieri, nonostante le proteste del Tom- 
maseo che, irato, sbattendo per terra il cappello, gridava 
fargli male quegli atti servili, indegni di liberi cittadini, 
-e che in ben diversa e più modesta maniera si poteva ma- 
nifestargli l'esultanza pel poco che aveva fatto. II. Manin, 
in mezzo al generale entusiamo, arringò la folla S» in un 
attimo, la Piazza di San Marco fu adorna di bandiere tri- 
colori, e il tricolore fu pure issato su le antenne .istoriate 
dal Leopardi. Poco dopo, fra il tuonare delle artiglierie, 
s'avanzano le soldatesche croate, strappano i vessilli, ca- 
ricano la folla e la Piazza è tinta di sangue. La notte dal 
17 al 18 passava in mezzo al tumulto; il Pallfy scongiu- 
rava il Manin a riportare la calma in Venezia, ma il pri- 
gioniero del giorno prima diceva la calma non poter tor- 
nare se prima non si consegnavano le soldatesche in caserma 
e si armava la guardia civica, che avrebbe vegliato alla 
tutela del buon ordine; rifiutava il Pallfy, e nuova strage 
portava il lutto e l'ira ne' cuori. L'uragano stava per im- 
perversare, e il governatore, sgomento, prometteva di ar- 
mare duecento cittadini; in mezz'ora si presentarono in 
duemila a chiedere armi, minacciando aperta rivolta. Il 
Manin, alla testa della prima schiera di militi cittadini, 
pattugliò per la città, tra gli evviva alla costituzione e a 
Venezia risorta. Intanto, alla chetichella, il feroce e rea- 
zionario Marino vich, comandante dell'arsenale, s'apprestava 



— 8 — 

a bombardare la città; ma il popolò, indignato, lo costrin- 
geva a cercare scampo su di ima nave, e in casa del Manin* 
nella notte dal 21 al 22 marzo, si deliberava sulda farsiy 
e il Manin, seguito solo da pochi, proponeva si statuisse la 
proclamazione della Repubblica di San Marco. Scorato, che 
vedeva già delinearsi la indecisa condotta de' tiepidi amanti 
de' partiti mezzani e dei fautori di Carlo Alberto, che non 
mancavano dal seminare diffidenze sull'opera del Manilio 
prendeva accordi con la guardia civica, cori gli -arsenalotti» 
con alcuni ufficiali dell'artiglieria e coli' infanteria di ma- 
rina, formata da Veneti ed Istriani; di contro il governa- 
tore faceva appostare i cannoni al Palazzo Ducale per mi- 
tragliare il popolo. La mattina del 22 il Marinovich, ardendo 
d'ira e di vendetta, abbandona la nave ove s'era rifugiato- 
e corre ; all'arsenale, schernisce e insulta gli arsenalotti, che 
lo inseguono e lo uccidono. Alcune guardie civiche, per 
ristabilire l'ordine, occupano vari punti dell'arsenale, e il 
Manin, dopo aver raccomandato la calma alla moglie, an- 
che se qualche bomba dovesse piovere sulla città, solo* 
corre all'arsenale, ordinando pe viar a' cittadini di pren- 
dere le armi. Una cinquantina di guardie civiche lo rico- 
noscono e lo seguono, e corrono con lui a sfidare la morte- 
Nel primo piazzale, burbanzoso, s'avanza il vice-ammiraglio- 
Martini; il Manin, calmo, ordina la resa dell'arsenale e -Io- 
fa circondare, come prigioniero, dai civici. Protesta il Mar- 
tini di non avere le chiavi dell'armeria, ove si trovano- 
ventimila fucili e copia di munizioni; ma il Manin, con 
sangue freddo, trae di tasca l'orologio e grida: « Se fra 
cinque minuti non ho le chiavi, farò atterrare le porte. » 
Intanto gli arsenalotti suonano a stormo la campana, il 
popolo ingrossa, irrompe, le milizie, allibite, non osano 
resistere , il Martini consegna le chiavi. Vengono distribuita 
le armi, mentre alcuni ufficiali si arrendono, altri vengono* 
fatti prigionieri, e non pochi saldati, gettate le coccarde 
gialle e nere e cinti del tricolore fraternizzano con la folla,. 



—'9- — 

che atterra l'aquila bicipite e pòrfè sulla gran porta del 
conquistato arsenale- il leone alato di S. Marco. Il Manin 
provvede alla difesa, dà gli ordini opportuni, e al Graziarli, 
ufficiale di marinale congiunto de' Bandiera, italiano p&r nà- 
scita e sentimento generoso, affida il comando dell'arsenale. 




Il decenne Zorzi raccoglie il tricolore (pag. 15) 



Poco dopo, in piazza San Marco, il popolo occupava il Palazzo, 
Ducale, s'impadroniva delle artiglierie e accettava le conclu- 
sioni del discorso indirizzatogli dal Manin acclamando la 
Repubblica. Il governatore conte Pallfy rassegnava il po- 
tere al generale conte Zichy, comandante militare, ma an- 
che lo Zichy cedeva, accettava i patti di resa stipulati dal 



— 'io— } : r % : » 

Manin, e partiva consegnando "Venezia, la flótta, i fòrti, 
tutte le munizioni da guerra al popolo, e traendo seco i 
«oli soldati non italiani. Mai v'era stata più rapida e splen- 
dida vittoria di popolo. 

L'avvocato Mengaldo, comandante la guardia civica, 
nelle cui mani la Commissione Municipale aveva rimessi 
i poteri, proponeva al popolo di instaurare la Repubblica, 
sotto la presidenza delManin, e il Manin salutava l'avvento 
del governo popolare con indimenticabili parole : « L'Austria 
non è più. Venezia ridata a sé stessa ripiglia l'antica sua 
grandezza.... Come gli ozi di Capua fiaccarono Annibale, 
come il vizio de' grandi perdette Roma, la troppa agiatezza 
finì col rendere infingardo il patriziato veneziano e gli 
■e gli alienò il popolo. Bastò un ^|fib-|lr^Mtt^to^^ctìé 
una Repubblica che aveva tenuto testa a mezzo mondo 
•aprisse le porte a quello straniero, che poco tempo dopo 
doveva cederla, come vii merce, e peggiore stranièro an- 
cora. Che questa dolorosa pagina scompaia dalla storia. 
Tu, oggi, ne lavasti la macchia, o ammirabile mio popolo 
veneziano.... Tutto qui suona Repubblica. Interroghiamo 
queste selci, e risponderanno: Repubblica. Giriamo l'occhio 
su questi meravigliosi edifici, sul Palazzo de' Dogi anzitutto, 
e interrogati ci risponderanno Repubblica : interroghiamo 
la chiesa che racchiude le ossa del patrono di Venezia, ed 
essa, miracolo d'arte, ci risponderà Repubblica. Ben venga 
dunque. In nome di Dio e del Popolo, io qui proclamo Ve- 
nezia e l'antico suo Stato Repubblica, sotto l'egida del 
grande leone alato. Viva la Repubblica di San Marco! » 
E tra l'entusiasmo popolare si nominava un governo prov- 
visorio del quale facevano parte il Manin, il Tommaseo e 
il sarto Toffoli, quale rappresentante della democrazia ope- 
raja, del proletariato; e al grido di: Viva San Marco! tutto 
il Veneto si emancipava dall'Austria e si stringeva alla 
regina dell'Adriatico, le terre di Lombardia stringevano 
con essa patto di fratellanza, e la repubblica veniva rico- 



— 11 — 

nosciuta dagli Stati Uniti d'America, dalia Con federazione 
Elvetica, dal governo Sardo, dalla Repubblica Francese. 
Ma come in Lombardia l'opera de* carlalbertisti, o fusionisti, 
doveva essere esiziale, così fa esiziale in Venezia, ove i 
teneri per la monarchia piemontese attraversarono in mille 
guise l'opera scMettameiitè, onestamente italiana e repub- 
blicana del Manin, seminando dissensi nello stesso governo. 
Il sogno grande di Dante e di Machiavelli d'un'Italia rico- 
stituita in nazione e padrona de' propri destini s' immise- 
riva così in un meschino programma di velleità ambiziose 
tendenti a ingrandire il regno di Piemonte, con l'annes- 
sione dell'Alta Italia, redenta unicamente e solamente per 
virtù di popolo. Certo vi furono errori anche per, parte dei 
Ooverno Provvisorio, che per aver fidato troppo nella pa- 
rola d'onore del nemico vinto e per non aver su lui for- 
zata la mano senza pietà, vide intercettati i propri dispacci, 
sbarrato il Porto di Pola, disarmata la flotta, carcerati gli 
ufficiali che avevano fatta adesione alla Repubblica; la 
flotta e l'Istria erano così irremissibilmente perdute, e Ve- 
nezia esposta ai più gravi pericoli. Riparava il Governo 
armando grossi trabaccoli, piazzando nei forti i eannoni 
tolti all'Austria, disciplinando la guardia civica, formando 
speciali corpi di difesa, chiamando i giovani alla scuola di 
tiro alla caserma di San Francesco della Vigna, dalla quale 
uscirono le due compagnie d'artiglieria Moro e Bandiera, 
che dovevano coprirsi dì gloria. Una colonna di duecento 
valorosi guidata da Giulia Modena, l'intrepida compagna 
di Gustavo Modena, si spingeva, di propria iniziativa, attra- 
verso il Veneto, fino all' Isonzo, a portarvi la guerra santa, 
contro l'austriaco, che riprendeva terreno. Ardimenti gene- 
rosi da un lato, fiacchezza e peggio dall'altro. L'imperizia 
del generale Sant'ermo faceva sorprendere e circondare a 
Montebello mille volontari veneziani. Aveva Carlo Alberto, 
nel 24 marzo, promesso d'accorrere « fratello ed amico » 
in aiuto de' popoli insorti, ma nei dispacci segreti all'In- 



— 12 — 

ghil terra e all'Austria scriveva, scusandosi, « esser costretto* 
a collegarsi alla rivoluzione per prevenire la repubblica e 
salvare la propria monarchia e l'impero austriaco » (1). 
e pur occhieggiando cupido alla laguna, non voleva dare 
gratuito aiuto a governo di popolo, e a' messi di Venezia 
che lo sollecitavano rispondeva tergiversando. Eguale con- 
tegno teneva il Durando, i cui romani fremevano azione e 
volevano marciare sul Veneto;' esso obbediva agli ordini 
del re, non ostante che il governo della Repubblica, a 
rompere ogni indugio, inviasse denari, armi e munizioni in 
copia. Più tardi egli avviava i volontari non sull'Isonzo, 
ma a morire di febbri malariche nelle paludi di (Miglia.- 
Messi regi correvano il Veneto spargendo confusione e diffi- 
denze ; il Lamarmora per ordine di Carlo Alberto, sotto 
colore di disciplinare i corpi franchi di Venezia li faceva 
dissolvere; Udine si arrendeva, poi Belluno, seguiva il di- 
sastro di Cornuda, voluto dal Durando. Dicontro 1500 sol- 
dati napoletani e una flotta napoletana venivano dal Bor- 
bone inviati a Venezia, e Carlo Alberto, per non essere 
meno generoso, mandava la flotta sarda; ma egli aveva 
promesso all'Austria di non molestargli la marina, e l'am- 
miraglio sardo, prendendo il comando delle forze navali 
del golfo, mantenne le promesse regie. Richiamava il Bor- 
bone spergiuro i suoi, ma Guglielmo Pepe e forte mano 
di soldati, rifiutando obbedienza al traditore, accorsero a 
Venezia, ove il Pepe fu nominato generalissimo dell'esercito 
veneto. Il 23 maggio 13000 austriaci assalivano Vicenza, 
eroicamente difesa da volontari veneti e romani, il Manin 
e il Tommaseo, unitamente al Cavedalis, indignati pel dubbio 
contegno del generale Durando, cinta la spada, accorsero* 
coll'Antonini e mille volontarj alla riscossa, e Vicenza fu 
salva; ma venti giorni dopo la condotta del Durando, l'inar- 



(l; Correspóndance respecting the of Italy. P. II from January 
Jun 1848 pag. 292. Vedi Pareto e Ricci. 



— 13 — 

:zione di Carlo Alberto, non ostante tutti i prodigi di valore, 
1^ persero, e cpn Vicenza capitolava Treviso. Contempo-* 
r^ne^n^nte gli emissari regi spargevano le peggiori ca- 
lunnie contro la Repubblica, dicevano nulla sapere essa far 
-di buono, avversare anzi la marcia .vittoriosa di Carlo Al- 
berto e ostacolare la buona riuscita della guerra nazionale, 
e i Comuni del Veneto, sgomenti e sobillati, agli invìi di 
armi e di munizioni e di denaro da Venezia rispondevano 
con gl'insulti e la ribellione, facendo atti di dedizione al 
monarcato ; e tumulti suscitati da' fusionisti avvennero an- 
che nella stessa Venezia. Il 13 giugno un inviato regio 
saliva al Palazzo Ducale dichiarando che il suo signore 
aveva dichiarato il blocco di Trieste, e >gii officiali di ma- 
rina, già guadagnati alla causa di Carlo Alberto, tentarono 
un pronunciamento. Si era più ostili alla Repubblica che 
non all'Austria ! Si cercò di guadagnare la guardia civica, 
ma essa, alle grida di: Viva Carlo Alberto! Abbasso il Go- 
Terno Provvisorio!, rispose: Viva la Repubblica di San 
Marco! Ciò non tolse che alla sera un manipolo di uffi- 
ciali non salisse in Palazzo, circondasse il Manin, dicesse 
aver già l'esercito acclamata la fusione col Piemonte e 
tornare inutile ogni decisione di assemblea; intanto, in 
Piazza, mano di carlalbertisti si spolmonava a urlare in- 
sulti e minaccie al Manin e al Tommaseo. Il Manin, calmo 
sereno, ma energico, cacciò gli sfacciati che cercavano 
vincer la mano, sorprenderlo e compiere un colpo di Stato. 
Intanto Mestre, malgrado una strenua difesa, cadeva in mano 
degli austriaci, e sulla guerra e sulle sue sorti correvano 
le notizie più contraddittorie. 11 3 luglio l'assemblea, fermi 
nelle loro convinzioni repubblicane il Manin ed il Tommaseo, 
deliberava su la fusione. Il Manin disse che nell'ora del 
pericolo, col nemico alle porte, - occorreva non essere re- 
pubblicani o monarchici, ma soltanto italiani, e chiedeva 
ai repubblicani come lui il sacrifìcio grande e doloroso. 
« Ricordate — disse — che nostro è 4 l'avvenire. Tutto ciò 



— 14 4- 

che si è fatto, e si fa non è che provvisorio. Di tutto de- 
ciderà stabilmente la Dieta Italiana in Roma. » La fusione 
fu decretata, il Manin, svenuto, venne trascinato via; il 
sagriflcio suo e della parte repubblicuna fu tra i più ge- 
nerosi; esso aveva fatto getto dei suoi interessi, delle sue 
convinzioni, del suo potere, di tutto, appellandosi alla Co- 
stituente Italiana, che, sola, poteva dire la gran parola: 
per contro, il 7 luglio — vedi il Blue-Book del 1848 — 
Carlo Alberto proponeva al ministro inglese 'degli esteri 
di cedere la Venezia in cambio della Lombardia. Il popolo 
ben presto vide quale errore era stato commesso e lo 
scontento si fece ognor più crescente: il 7 agosto 1848 il 
Colli, il Cibrario, il Castelli prendevano possesso di Venezia 
in nome di Carlo Alberto; l'il l'austriaco Velden, da Padova, 
notificava loro l'armistizio Salasco imponendo l'abbandono 
di Venezia; in pari tempo giungeva notizia dell'abbandono di 
Milano. Il popolo si leva a tumulto, la parte repubblicana 
dichiara la patria in pericolo, il capitano Giuseppe Sirtori, 
alla testa del battaglione lombardo, arringa la folla, i com- 
missari abbandonano Venezia, il Manin vien proclamato 
dittatore. 

Abbandonata alle sue sole forze, la città delle lagune, 
minacciata dall'austriaco, stretta d'assedio, decretava: « In 
nome di Dio e del Popolo, Venezia resisterà ad ogni co- 
sto ». La sortita del Cavallino, la difesa dei forti/ quella 
gloriosissima di Mestre provarono che i fatti corrisponde- 
vano alle parole. Avvenuta la rotta di Novara, il feroce 
Haynau intimava la resa ; il 2 aprile 1849 Venezia rispon- 
deva accettando la lotta a oltranza e inalberando il ves- 
sillo rosso sul campanile di San Marco. Il 4 maggio gli 
austriaci fulminano Marghera; FUlloa tien testa, fa sortite, 
carica audacemente il nemico e lo ricaccia indietro ; ma 
indispettito esso torna con nuove artiglierie, bombarda Mar- 
ghera per 72 ore, la rLiuce in un cumuto di rovine. Dob- 
biamo seppellirci coi nostri compagni morti sotto le ma- 



— 15-- 

cerie? — chiede l'Ulloa al Manin, e questi ordina di ri- 
piegare su Venezia, e l'Ulloa si ritrae in buon ordine, 
togliendo, lungo la marcia, le comunicazioni con la terra 
ferma. Il 26 maggio rientrava in città coi superstiti di ; 
quella lotta ammiranda. Venticinquemila austriaci cir- 
condano Venezia, centoventi cannoni tuonano giorno e 
notte; il pòpolo e i militi rovinano il ponte che unisce 
Venezia alle altre terre, e un popolano, il muratore Ago- 
stino Stefani, novello Pietro Micca, offre la vita alla patria 
e viene, per isbaglio, ucciso dai suoi. Alessandro Poerio, 
forte e gentile figlio del mezzogiorno d' Italia, il Mameli 
della Laguna, che con Fusinato e dall' Ongaro cantò le 
glorie di Venezia assediata, muore tra ineffabili dolori per 
le ferite riportate a Mestre. Cesare Rossaroll, napoletano,, 
mentre incuorava i suoi e dirigeva, sotto il grandinare 
delle bombe, le operazioni dell'artiglieria, viene squarciato 
dalla mitraglia e, morendo, l'ultimo suo pensiero è quello 
di raccomandare la difesa e di dare alcuni consigli per la 
buona riuscita di essa : doppiamente martire, che aveva 
penato lunghi anni nelle orribili carceri del Borbone di 
Napoli. I fanciulli partecipano alla lotta, e ricordiamo il 
decenne Zorzi, che cimenta la vita per raccorre la ban- 
diera tricolore che una palla di cannone aveva fatta cadere 
in mare; le donne sopportano i disagi tremendi con stoi- 
cismo ammirabile; una vecchia mendicante di Rialto, ve- 
dendo piovere le bombe, resta al suo posto d'onde è usa 
a implorare la pietà del passeggero e, sorridendo esclama : 
Oh, vedi, è Radetzky che mi fa la carità ! Gli incendi su- 
scitati dalle bombe aggiungono nuovi orrori ai già esì- 
stenti ; i senza casa vengono ricettati da Manin nel palazzo 
Ducale. Egli è pensoso; il Dittatore, che vede rinnovarsi 
le gesta di Saragozza e di Missoulungi, ha il cuore stretto 
dall'ambascia ; ma tutto un popolo, compresi i vecchi, le 
donne, i fanciulli, grida a incuorarlo; « Preferiamo morir 
tutti! che il Radetzky non entri in Venezia! » Il chòlera 



■ — 16 — 

infuria e miete vittime; manca il pane, si supplisce col 
riso, con granturco avariato, con molluschi delle lagune, 
fin colle politure de' grani, con sorci, con quanto può an- 
cora, benché con nausea, essere divorato. Gli ospedali ri- 
boccano d'infermi e di feriti; mancano il ghiaccio, il chi- 
nino, strazianti orrende sono le agonie, e il cérchio di 
ferro e di fuoco si stringe ognor più attorno a Venezia, il 
bombardamento non ha posa. L'Assemblea decreta di de- 
sistere da una resistenza divenuta inutile; ma il Radetzky 
non vuol riconoscere il governo della Repubblica e fa trat- 
tare la resa dal suo capo di stato maggiore Hess col Mu- 
nicipio di Venezia. Il tracotante straniero impone la resa 
pura e semplice e l'esilio del Manin e del Tommaseo e di 
altri quaranta tra i più noti cittadini, fra essi il Pepe, il 
Sirtori, l'Ulloa. Il 27 agosto 1849, mentre gli austriaci oc- 
cupano l'eroica città, il Manin, povero e incerto sulla sua 
sicurezza, si avvia per V esilio imbarcandosi sul Plutone 
e dando l'addio — che doveva esser l'estremo -— all'amata 
città sua che non doveva più rivedere, Il Tommaseo, ma- 
laticcio per i disagi e le pene sofferte durante l'assedio, 
riparò a Corfù. Fieri e sdegnosi, essi rifiutarono ogni com- 
penso loro proposto dalla Repubblica, non vollero un soldo, 
e lasciarono un'amministrazione esemplare per scrupolosa 
regolarità, tanto che il generale Gorzgowsky, ammirando, 
esclamò: « Non avrei mai creduto che queste canaglie di 
repubblicani fossero tanto galantuomini! » Il più bell'elogio, 
questo, che suonar possa a onore della democrazia italiana 
sul labbro di nemico feroce quale fu l'uccisore di Ugo Bassi. 
L'eroismo immortale di tutto un popolo lavò 1' onta di Cam- 
poformio. 



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ZINI la (Basa editrice Nerbini di Firenze, 
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Cent. 

Il pensiero politico e sociale di Giuseppe Mazzini, scritto di Au- 
relio Saffi, con prefazione di L. Minuti . . ... 30 

Ansddoti e ricordi mazziniani, di A. G-iannelll . . . 30 

La vita di Giuseppe Mazzini, scritta per uso del popolo dal Pro- 
fessore G. Baldi . . . . . , .25 

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GARIBALDI (Vita - Battaglie - Apostolato). Narrazione storica 

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Illustrato appositamente dal pittore A. BASTI A NINI 



TRADUZIONE ACCURATISSIMA 



L'opera viene pubblicata su carta di lusso e senza 
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prima edizione francese, Si prega non confondere questa 
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